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Comment to Claudio Borghi

Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche, Università di Bologna

La Intelligenza Artificiale (IA) è oggi il soggetto pressochè automatico di ogni discorso non soltanto nell’abito delle possibili applicazioni scientifiche e letterarie, ma anche nelle chiacchiere giornaliere dove spesso la sua citazione rappresenta un tentativo di mettere in mostra una moderna erudizione o alternativamente di salvarsi in corner in una discorso diventato difficile da sostenere e che può essere rilanciato a memoria futura semplicemente suggerendo che la soluzione si renderà disponibile con la affermazione delle capacità risolutive proprio della IA.

In estrema e grossolana semplificazione, la IA è soprattutto un enorme “archivio” interattivo in grado di integrare in maniera logica e consequenziale un numero pressochè infinito di informazioni che possono essere condensate in una risposta più o meno sintetica ad uno o più quesiti posti attraverso una interrogazione scritta o vocale analogamente a quanto avviene nella interazione umana. Per questo motivo l’acronimo include la parola “intelligenza” anche se il termine non corrisponde alla realtà dei fatti in quanto la IA è più simile ad un esercizio di gigantesca erudizione e manca degli aspetti di flessibilità ed intuizione risolutiva che rappresentano le caratteristiche principali della intelligenza umana e differenziano i singoli individui sia in senso quantitativo (es.stima del Quoziente Intellettivo o QI) che qualitativo che si esprime negli aspetti di intelligenza selettiva che possono caratterizzare anche soggetti con un QI globale di media entità. Anche gli aspetti di apprendimento (“machine learning”) attribuiti alla IA sono la conseguenza della spaventosa capacità di gestione multidirezionale della informazioni accumulate sulla base di un algoritmo numerico che deriva dal gene originario del “cervello elettronico” che rappresenta un altro esempio di iperbole semantica successivamente corretto in calcolatore elettronico più adeguato alla natura comunque computazionale e matematica dei computer di ogni epoca che hanno rappresentato il carburante dell’avanzamento incredibile della umanità dagli anni ’60 ai giorni nostri.

In questa ottica anche la parola “artificiale” perde un po’ del proprio significato visto che letteralmente indica una condizione alternativa ad un corrispondente naturale che, in carenza del concetto fondante di intelligenza discusso in precedenza, limita il significato della contrapposizione. Tuttavia, l’insieme combinato di questi due termini è entrato oggi nell’uso comune in tutto il mondo e, fatti i dovuti distinguo, può essere utilmente declinato per definire la essenza, rigorosamente non antropomorfa, del gigantesco e potenzialmente utilissimo, archivio di informazioni che noi interroghiamo per avere risposte istantanee a quesiti che richiederebbero molto tempo per essere risolti. Nell’ambito della medicina cardiovascolare, la IA è destinata ad avere una serie incredibile di possibili applicazioni che vanno dal potenziamento della diagnostica nosografica, attraverso una rilettura integrata e pressochè istantanea di innumerevoli testi fino alla interpretazione raffinata di dati di diagnostica biochimica e strumentale soprattutto nell’ambito dell’imaging dove i sistemi basati sulla IA sono in grado di valorizzare differenze invisibili anche al più raffinato occhio umano o sistema di lettura computazionale. Inoltre la modalità di azione della IA può aiutare in ambito farmacologico e terapeutico promuovendo la selezione di nuove molecole e facilitando l’utilizzo corretto di quelle attualmente in uso in una medicina moderna che si basa sulla complessità la cui semplificazione clinica non può prescindere dalla analisi delle innumerevoli interazioni potenziali sia in senso di efficacia che di sicurezza di impiego.

In questo scenario ipersemplificato, la sola cosa che non si deve temere è quella che viene spesso evocata e cioè, la perdita di utilità e prestigio della figura del medico  la cui funzione verrebbe sminuita dalla possibilità che la professione possa essere soppiantata dall’uso corretto di una tastiera ed una riga di testo proposta ad un sistema sostitutivo e soverchiante delle nostre capacità cognitive. Tutto ciò non potrà avvenire perché la sopravvivenza del concetto di IA dipende dalla quantità e qualità delle informazioni che la nutrono e dall’utilizzo efficiente delle risultanza che produce (ricordo il fenomeno negativo delle “allucinazioni” della IA che tende a fornire risposte anche quando non è in grado di farlo) e non bisogna mai dimenticare che entrambe queste fasi vitali ed  essenziali per il concetto attribuito di intelligenza, dipendono dalla intelligenza vera e insostituibile di un essere umano.

Quindi dobbiamo temere la IA? No, ciò che dobbiamo fare è continuare ad alimentare e valorizzare la intelligenza naturale che non teme bugs, hacker, black-out ed ogni altra diavoleria che potrebbe in pochi istanti trasformare la onnipotente Intelligenza Artificiale in un inutile ammasso di cavi inerti e ingombranti.

Autore/i: Claudio Borghi

Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche, Università di Bologna

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Autore/i: Claudio Borghi

Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche, Università di Bologna

La Intelligenza Artificiale (IA) è oggi il soggetto pressochè automatico di ogni discorso non soltanto nell’abito delle possibili applicazioni scientifiche e letterarie, ma anche nelle chiacchiere giornaliere dove spesso la sua citazione rappresenta un tentativo di mettere in mostra una moderna erudizione o alternativamente di salvarsi in corner in una discorso diventato difficile da sostenere e che può essere rilanciato a memoria futura semplicemente suggerendo che la soluzione si renderà disponibile con la affermazione delle capacità risolutive proprio della IA.

In estrema e grossolana semplificazione, la IA è soprattutto un enorme “archivio” interattivo in grado di integrare in maniera logica e consequenziale un numero pressochè infinito di informazioni che possono essere condensate in una risposta più o meno sintetica ad uno o più quesiti posti attraverso una interrogazione scritta o vocale analogamente a quanto avviene nella interazione umana. Per questo motivo l’acronimo include la parola “intelligenza” anche se il termine non corrisponde alla realtà dei fatti in quanto la IA è più simile ad un esercizio di gigantesca erudizione e manca degli aspetti di flessibilità ed intuizione risolutiva che rappresentano le caratteristiche principali della intelligenza umana e differenziano i singoli individui sia in senso quantitativo (es.stima del Quoziente Intellettivo o QI) che qualitativo che si esprime negli aspetti di intelligenza selettiva che possono caratterizzare anche soggetti con un QI globale di media entità. Anche gli aspetti di apprendimento (“machine learning”) attribuiti alla IA sono la conseguenza della spaventosa capacità di gestione multidirezionale della informazioni accumulate sulla base di un algoritmo numerico che deriva dal gene originario del “cervello elettronico” che rappresenta un altro esempio di iperbole semantica successivamente corretto in calcolatore elettronico più adeguato alla natura comunque computazionale e matematica dei computer di ogni epoca che hanno rappresentato il carburante dell’avanzamento incredibile della umanità dagli anni ’60 ai giorni nostri.

In questa ottica anche la parola “artificiale” perde un po’ del proprio significato visto che letteralmente indica una condizione alternativa ad un corrispondente naturale che, in carenza del concetto fondante di intelligenza discusso in precedenza, limita il significato della contrapposizione. Tuttavia, l’insieme combinato di questi due termini è entrato oggi nell’uso comune in tutto il mondo e, fatti i dovuti distinguo, può essere utilmente declinato per definire la essenza, rigorosamente non antropomorfa, del gigantesco e potenzialmente utilissimo, archivio di informazioni che noi interroghiamo per avere risposte istantanee a quesiti che richiederebbero molto tempo per essere risolti. Nell’ambito della medicina cardiovascolare, la IA è destinata ad avere una serie incredibile di possibili applicazioni che vanno dal potenziamento della diagnostica nosografica, attraverso una rilettura integrata e pressochè istantanea di innumerevoli testi fino alla interpretazione raffinata di dati di diagnostica biochimica e strumentale soprattutto nell’ambito dell’imaging dove i sistemi basati sulla IA sono in grado di valorizzare differenze invisibili anche al più raffinato occhio umano o sistema di lettura computazionale. Inoltre la modalità di azione della IA può aiutare in ambito farmacologico e terapeutico promuovendo la selezione di nuove molecole e facilitando l’utilizzo corretto di quelle attualmente in uso in una medicina moderna che si basa sulla complessità la cui semplificazione clinica non può prescindere dalla analisi delle innumerevoli interazioni potenziali sia in senso di efficacia che di sicurezza di impiego.

In questo scenario ipersemplificato, la sola cosa che non si deve temere è quella che viene spesso evocata e cioè, la perdita di utilità e prestigio della figura del medico  la cui funzione verrebbe sminuita dalla possibilità che la professione possa essere soppiantata dall’uso corretto di una tastiera ed una riga di testo proposta ad un sistema sostitutivo e soverchiante delle nostre capacità cognitive. Tutto ciò non potrà avvenire perché la sopravvivenza del concetto di IA dipende dalla quantità e qualità delle informazioni che la nutrono e dall’utilizzo efficiente delle risultanza che produce (ricordo il fenomeno negativo delle “allucinazioni” della IA che tende a fornire risposte anche quando non è in grado di farlo) e non bisogna mai dimenticare che entrambe queste fasi vitali ed  essenziali per il concetto attribuito di intelligenza, dipendono dalla intelligenza vera e insostituibile di un essere umano.

Quindi dobbiamo temere la IA? No, ciò che dobbiamo fare è continuare ad alimentare e valorizzare la intelligenza naturale che non teme bugs, hacker, black-out ed ogni altra diavoleria che potrebbe in pochi istanti trasformare la onnipotente Intelligenza Artificiale in un inutile ammasso di cavi inerti e ingombranti.

Autore/i: Claudio Borghi

Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche, Università di Bologna

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